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Ci basterà mangiare il vento di Gianluca Gotto: un viaggio alla scoperta della libertà interiore

    Ci basterà mangiare il vento

    Ci sono libri che arrivano nel momento giusto. Non perché abbiano tutte le risposte, ma perché fanno nascere le domande di cui avevamo bisogno.

    Per me Ci basterà mangiare il vento di Gianluca Gotto è stato proprio questo.

    Ho iniziato a leggerlo pensando di trovare il classico romanzo che parla di spiritualità, meditazione e ricerca interiore. In parte è così, ma andando avanti mi sono resa conto che il messaggio è molto più profondo e, soprattutto, molto meno scontato di quanto immaginassi.

    È uno di quei libri che, mentre raccontano una storia, finiscono inevitabilmente per parlare anche di te.

    Di cosa parla Ci basterà mangiare il vento (senza spoiler)

    Non voglio raccontare troppo della trama perché credo sia uno di quei romanzi che meritano di essere scoperti poco alla volta.

    Il protagonista è un uomo nato in Italia che oggi vive a Singapore. Alle sue spalle c’è un’infanzia estremamente difficile, fatta di ferite profonde che hanno inevitabilmente influenzato il suo modo di vedere il mondo.

    Per cercare di allontanarsi dalla sofferenza sceglie una vita improntata alla spiritualità. Pratica tai chi, medita e segue con grande disciplina gli insegnamenti buddhisti, cercando di eliminare tutto ciò che potrebbe generare attaccamento, desiderio e quindi dolore.

    La sua ricerca dell’equilibrio, però, a un certo punto prende una direzione inaspettata.

    Ed è proprio qui che, secondo me, il libro dà il meglio di sé.

    Quando anche la spiritualità può diventare una gabbia

    La riflessione che più mi ha colpita riguarda il modo in cui il protagonista vive la spiritualità.

    Il suo obiettivo è nobile: smettere di desiderare per smettere di soffrire.

    Ma, pagina dopo pagina, emerge un aspetto che mi ha fatto riflettere tantissimo.

    Nel tentativo di liberarsi dalle proprie catene, finisce per costruirsene altre.

    Diventa così rigido nel voler evitare il dolore da rinunciare, poco alla volta, anche a tutto ciò che rende la vita davvero viva.

    È una riflessione che va ben oltre il buddhismo o qualsiasi filosofia orientale.

    Parla di tutti noi.

    Quante volte pensiamo che il benessere passi necessariamente dagli estremi? Quante volte crediamo che esista una sola strada giusta? Che è tutto o bianco o nero?

    La riflessione che mi porto a casa

    Quello che questo libro mi ha lasciato è un’idea molto semplice, ma che spesso dimentico.

    L’equilibrio non nasce eliminando il desiderio, nasce imparando a viverlo senza diventarne schiavi.

    Per molto tempo ho pensato anch’io che le possibilità fossero due: continuare a rincorrere continuamente qualcosa oppure fare il percorso opposto, distaccarmi da tutto, cercare di controllare ogni emozione e convincermi che desiderare fosse il problema.

    Questo romanzo mi ha ricordato che probabilmente la risposta non è né bianca né nera, ma ha tante sfumature di grigio.

    La vita va vissuta.

    Con consapevolezza, certo. Ma va anche sperimentata.

    Le relazioni, i sogni, gli obiettivi, perfino le delusioni fanno parte dell’esperienza umana. Cercare di eliminarli completamente rischia di proteggerci dal dolore, ma anche di allontanarci dalla gioia.

    Ed è una distinzione che ho trovato davvero potente.

    Lo stile di Gianluca Gotto

    Una delle cose che apprezzo di più di Gianluca Gotto è il suo modo di scrivere.

    Ha uno stile molto semplice, pulito e scorrevole.

    Non usa parole complicate né cerca effetti particolari, ma riesce comunque a costruire immagini molto vivide e a farti entrare completamente nella storia.

    Mentre leggevo avevo continuamente la sensazione di fermarmi per pensare.

    Non tanto a quello che stava facendo il protagonista, quanto a come io mi sarei comportata nella stessa situazione.

    Ed è proprio questo, secondo me, il punto di forza del romanzo.

    Le riflessioni non restano sulla carta, ma finiscono inevitabilmente per intrecciarsi con la tua vita.

    Ho avuto anche l’impressione — naturalmente è solo una mia sensazione — che ci sia molto dell’esperienza personale dell’autore all’interno del protagonista. Non so quanto ci sia di autobiografico, ma alcuni passaggi trasmettono un’autenticità che difficilmente si riesce a costruire senza aver vissuto, almeno in parte, certe domande sulla propria pelle.

    A chi consiglio Ci basterà mangiare il vento

    Consiglio questo libro a chi ama le storie che fanno riflettere senza avere la pretesa di insegnare qualcosa.

    A chi è interessato alla spiritualità, ma anche a chi, come me, ogni tanto cade nella trappola del pensiero “tutto o niente”.

    Se pensi che per stare bene serva stravolgere completamente la tua vita, oppure che l’unico modo per non soffrire sia smettere di desiderare, credo che questo romanzo possa offrirti una prospettiva diversa.

    Non dà risposte definitive, ma pone domande molto interessanti e spesso sono proprio quelle a rimanere con noi più a lungo.

    Considerazioni finali

    Per me Ci basterà mangiare il vento non è tanto un libro sulla spiritualità quanto più un libro sull’equilibrio.

    Ci ricorda che anche le idee più belle, quando vengono portate all’estremo, possono trasformarsi in una prigione.

    Che la serenità non nasce dal controllo assoluto né dalla continua ricerca di qualcosa in più.

    Nasce, forse, dalla capacità di vivere pienamente ciò che siamo, accettando che desiderio, paura, amore, dolore e felicità fanno tutti parte della stessa esperienza.

    È una lettura delicata, coinvolgente e capace di lasciare qualcosa anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.

    E, almeno per quanto mi riguarda, è uno di quei libri che continuerò a ripensare ancora per molto tempo.

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