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In un tiepido pomeriggio di fine estate

    Mi pare di ricordare che fosse fine estate. Ero con la mia maestra di Tai Chi alla quale era mancata da poco un’amica, ma la vedevo serena. Lei, una persona super sensibile quanto me, non sembrava essere triste. Non riuscivo a comprendere, così, molto semplicemente, le chiesi il perché.

    “Perché non sei in lacrime? Come fa una persona con una sensibilità grande come la tua a non essere triste per la perdita di una persona cara?”. Si, glielo chiesi più o meno così, senza tanti giri di parole.

    Volevo solo una spiegazione perché io, in momenti analoghi a quello, ho sempre reagito molto male e ho sempre avuto un pessimo rapporto con la morte. So che arriva per tutti, ma quando arriva è sempre una sorpresa per me. Anche quando già era ovvia e preannunciata una sua visita imminente. Solo pensare a un’anima che ho conosciuto, amato e che amo tuttora, ma che non posso più abbracciare né vedere, le lacrime scendono sul mio viso senza che io ne abbia alcun controllo.

    La risposta

    Dopo la mia domanda ci fu un breve momento di totale silenzio. Poi con un sorriso, tipico di chi parrebbe pensare ai tempi andati, e gli occhi pieni di saggezza, di quella saggezza che solo chi ha vissuto una vita fino a quel punto può avere, mi disse:

    "Quando vedi il corpo di una persona privo di lei, senza più la sua reale essenza, non puoi essere triste, perché stai solo guardando un corpo vuoto".

    Questa frase risuonò, stupenda e carica di insegnamenti nella mia mente, ma non riuscivo a coglierne il senso. Non riuscivo a coglierne il senso perché non riuscivo a percepire nella mia esperienza con la morte questo concetto. Il corpo di chi amo è lì, inanimato ma è lì. E volevo solo che tornasse a muoversi quel corpo, che si alzasse e mi desse un abbraccio e mi facesse capire il suo amore per me. Ma questa cosa ovviamente non poteva succedere.

    In un tepido pomeriggio di fine estate

    A distanza di quasi due anni da quella frase detta dalla mia insegnante di Tai Chi, è venuta a mancare una persona che conoscevo, anch’essa malata da qualche tempo. Non eravamo in rapporti stretti ma ci conoscevamo da anni. Ho porto le mie condoglianze alla famiglia e poi sono salita a fargli un saluto. Nella stanza, al centro, con il viso rivolto verso la porta d’accesso alla camera, si trovava il corpo, all’interno di una bara di legno chiaro, aperta, con un leggero strato di tulle sopra che faceva intravedere piuttosto bene il suo contenuto. Ma c’era solo quello.

    Lui se ne era andato. E quello che era nella stanza, all’interno della bara, sembrava quasi un manichino, come fosse una statua di cera. Di lui e di chi era stato non c’era nulla a eccezione del corpo. Ma esso non mi ricordava minimamente la persona che avevo conosciuto e, in effetti, quello non era più il suo corpo ma solamente un contenitore vuoto.

    Non riuscì a versare lacrime lì per lì. Poi, in un secondo momento, mi vennero in mente i visi di chi troppo presto avevo dovuto salutare e le lacrime tornarono a scendere incontrollate sul mio viso. Mi sforzai di sopportarne il dolore e cercai di rievocare i momenti in cui, per l’ultima volta, vidi i loro corpi.

    Niente.

    Non riuscivo a vedere più loro ma solamente dei corpi che parevano dormire, ma loro non erano più lì.

    La consapevolezza cambia tutto

    Dopo tanti anni riuscii a lasciar andare quei ricordi che evocavano in me solo dolore e sofferenza. Non avrei dimenticato mai le loro anime ma, nella mia memoria, loro sarebbero stati sorridenti, pieni di vita e amore per me. Ero libera dal pensiero della loro morte ed ero colma dei momenti passati con loro, insieme, durante la vita.

    E, così, finalmente ero riuscita a comprendere quella frase, pronunciami con grande saggezza. Aprire il mio cuore ai sentimenti e lasciare entrare la consapevolezza mi ha permesso di smettere di soffrire. Per la prima volta non volevo più cambiare chi ero o cosa provavo. Mi accettavo e basta. Accettavo il fatto di non avere alcun controllo e di non poter fare nulla di diverso da ciò che stavo facendo. Ero cosciente di soffrire ma non fuggivo più da quei sentimenti che tanto mi facevano stare male. Li abbracciavo, li guardavo dritti negli occhi e li ascoltavo. Mi prendevo cura di me senza giudicarmi o giudicare l’accaduto. Il senso di tristezza e afflizione com’erano arrivati nella mia vita se ne erano poi andati anche loro, in un tepido pomeriggio di fine estate.

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