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Siddharta Gautama: la via dell’illuminazione

    Siddharta Gautama

    La storia di Siddharta inizia circa 2500 anni fa, in una regione lontana, il regno Shakya, situato tra l’attuale India e Nepal. Il re si chiamava Suddhodana, derivava da una famiglia di nobili guerrieri. Un giorno il re ricevette una profezia da parte di un bramino. Egli disse al re: “Un giorno avrai un figlio maschio. Sarà l’unico che ti sarà concesso avere. Egli sarà un uomo forte, che diventerà un grande guerriero o un grande maestro spirituale”.

    Suddhodana non la prese per nulla bene. Visto il suo retaggio culturale e famigliare: per lui non era ammissibile che il suo unico figlio divenisse un maestro spirituale, sarebbe stato un enorme dispiacere.

    Passarono dodici anni da quella profezia. Il re ormai era sposato con una splendida regina di nome Maya che aspettava un bambino. Una notte ella fece un sogno. Sognò un elefante bianco che con la sua proboscide le porgeva delicatamente un fiore di loto, fatto ciò l’elefante si sdraiò al suo fianco per poi dissolversi nel suo ventre.

    Quando la regina raccontò il sogno ai bramini, loro diedero la temuta conferma al re: “Tuo figlio sarà un maestro spirituale com’era stato predetto anni orsono”.

    Il re si allarmò, ma non si diede per vinto. Decise che avrebbe costruito un maestoso palazzo dove sarebbero albergati i lussi e i piaceri più sfrenati e dove avrebbe rinchiuso il suo unico figlio. Concedendo tutto ciò che un uomo potesse volere, il padre sperava che il figlio non se ne sarebbe mai andato e mai avrebbe intrapreso la via della spiritualità che tanto temeva.

    Il bambino venne alla luce e prese il nome di Siddharta Gautama

    Crescendo era l’uomo più invidiato del reame. Aveva ogni cosa potesse desiderare: donne, ricchezze, fama, prestigio, e non conosceva alcun male della vita. Nessun rischio, nessuna preoccupazione dovevano turbarlo e, per ben ventinove anni, così fu. Visse la sua vita tra le mura del lussuoso palazzo, in una bolla illusoria di piacere e ricchezza. Egli aveva soddisfatto ogni suo piacere possibile: aveva una bella moglie, viveva in una reggia magnifica circondato dal lusso, ogni suo desiderio veniva soddisfatto e, alla morte del re, lui l’avrebbe succeduto.

    Eppure Siddharta era divenuto insoddisfatto e frustrato. Voleva assolutamente sapere cosa ci fosse al di fuori delle mura del suo palazzo e il desiderio era così forte che non riuscì più a trattenerlo. Così andò da suo padre e chiese di essere accompagnato dalla scorta reali fuori dalle mura.

    Il re era in ansia, non poteva impedire al principe Siddharta di uscire, ma non voleva che scoprisse cosa c’era fuori dalle mura. Così decise di non negare il permesso a Siddharta, ma di temporeggiare. Prese tempo, fece ripulire la città e sparire ogni cosa che potesse ricordare povertà, decadenza e miseria. Ordinò che in strada scendessero persone giovani e le più belle fanciulle del paese. Voleva proteggere Siddharta dalla realtà.

    Attuato questo processo, finalmente una sera il principe Siddharta fu libero di uscire da palazzo. Egli camminò per le strade del suo regno con la guardia reale a controllare che tutto procedesse al meglio. Ogni cosa era stata programmata a sua insaputa, e dinnanzi ai suoi occhi non vi poteva essere traccia di dolore e miseria.

    Anche se il re pensava di aver sistemato tutto, non fu così. Nel suo cammino infatti Siddharta a un certo punto incontrò un vecchio. Egli allora chiese alla sua guardia cosa fosse, dal momento che mai ne aveva incontrato uno, e la guardia rispose: “Quell’uomo una volta era come te e me, giovane e forte, ma con il passare del tempo è divenuto vecchio, succede a tutti”.

    Siddharta stupito chiese: “Allora succederà anche a me e a te?”

    E la guardia rispose in modo affermativo, poiché questo è il destino di tutti.

    Continuando a camminare, in un vicolo, il principe vide un uomo riverso sulla strada, che gemeva dal dolore. Chiese perché mai quel uomo fosse in quello stato e la guardia rispose: “Quel uomo era come te e me una volta, sano e in salute, ma ora si è ammalato ed è divenuto così come lo vedi ora”.

    Infine il principe incappò in un corteo funebre, alcuni uomini trasportavano un corpo esanime, e le persone che lo seguivano erano disperate e pregavano per lui. Siddharta si sentì fortemente turbato e chiese cosa stesse succedendo. La guardia gli rispose: “Quel uomo era come te e me un tempo, era vivo, poi è invecchiato, si è ammalato ed è morto e ora è così come lo vedi”. Il principe allora chiese se questo destino dovesse toccare anche a lui e la guardia rispose di si, poiché è il destino di tutti.

    Siddharta tornò allora a palazzo sconvolto

    Il padre che nel frattempo era venuto a conoscenza di quanto suo figlio aveva veduto, tentò di accoglierlo nel migliore dei modi, con cibo succulento, vino e donne bellissime pronte a soddisfare ogni suo desiderio. Ma lui oramai non era più attratto da quel mondo poiché aveva scoperto che era solamente un’illusione, la vera vita non era fatta soltanto di piaceri come aveva creduto fino a quel momento, la vita era sofferenza. Scelse così di spogliarsi di tutto, si tagliò i lunghi capelli e abbandonò per sempre il suo regno.

    Si diresse verso l’India, dove intraprese un pellegrinaggio che durò molti anni. Cercò un maestro spirituale, e ne trovò diversi. Erano asceti, dalla quale apprese la via dell’abbandono da ogni piacere e attaccamento. Tra i suoi maestri c’era chi non dormiva, chi si infliggeva dolore, chi rifiutava il cibo. Tutti i suoi maestri restavano seduti per ore e ore, immobili e con gli occhi chiusi. Siddharta pensò che quella fosse la soluzione: diventando insensibile agli stimoli esterni avrebbe smesso di soffrire.

    Diventò a sua volta un maestro con diversi discepoli e godeva di grande rispetto, ma nonostante ciò non era soddisfatto poiché appena smetteva di meditare i suoi turbamenti tornavano a fargli compagnia.

    Un giorno arrivò con i suoi seguaci in un piccolo villaggio. Siddharta era deperito, fortemente provato dalla mancanza di sonno e dalle ferite che si autoinfliggeva. Una bambina vedendolo ridotto in quello stato fu mossa da compassione e avanzò verso di lui, offrendogli una ciotola di riso.

    Era un grande affronto offrire cibo a un maestro che sceglie di non mangiare, tuttavia la bambina scelse comunque di tentare. Siddharta vedendo la sofferenza della bambina per lui fu mosso a sua volta da compassione. Non si scandalizzò del gesto, come invece fecero i suoi discepoli, e anziché rifiutare come sempre, prese la ciotola, sorrise alla bambina e iniziò a mangiare.

    I suoi seguaci indignati lo abbandonarono immediatamente ma a lui questo non importò. Si era accorto che quella strada non era quella giusta per smettere di soffrire. Scelse quindi di dedicarsi alla ricerca sul senso più profondo della vita e ora sapeva che per proseguire doveva avere un corpo sano e in salute. Capì che non era felice quando viveva nel lusso tanto quanto non lo era quando viveva nella miseria.

    E si rese dunque conto che la strada giusta era la via di mezzo

    Dopo essere ritornato in forze, Siddharta riprese la sua ricerca. Essa lo condusse a Bodh Gaya, dove egli si sedette sotto le foglie di un albero di fico, nella posizione del loto e iniziò a meditare. Decise di rimanere lì fin quando non avesse trovato la via per la liberazione alla sofferenza.

    Dopo quarantanove giorni di meditazione Siddharta Gautama divenne Buddha. Egli raggiunse l’illuminazione, uno stato di consapevolezza totale e definitiva. In lui non albergavano più dubbi o paure, egli aveva smesso di soffrire per sempre.

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