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Gara OCR e crescita personale: cosa succede quando esci dalla comfort zone

    uscire dalla comfort zone

    Non mi sono mai considerata una persona sportiva e devo ammettere che odio anche un po’ uscire dalla mia comfort zone…

    Per anni l’attività fisica è stata qualcosa di lontano, quasi estraneo. Poi, con il tempo, qualcosa è cambiato. Ho iniziato ad allenarmi, senza grandi pretese, senza obiettivi ambiziosi. Lo facevo per stare bene, per sentirmi più presente nel mio corpo e più leggera nella mente.

    All’inizio è stata davvero dura, non lo nego!

    Non ho mai cercato la performance. Mi è sempre bastato fare “le mie cose”, al mio ritmo. Senza pressioni, senza competizioni. Ed è proprio per questo che ancora oggi mi sorprende pensare a quello che sto per fare.

    A breve parteciperò a una gara OCR. Una corsa con ostacoli, fango, sforzo fisico e mentale. Una di quelle cose che, fino a qualche tempo fa, avrei escluso a priori perché consapevole di non farcela.

    Tutta colpa sua…

    Il mio compagno un giorno mi dice:
    “I ragazzi dell’Inferno Run organizzano le dual, vuoi farla con me?”

    Ora se non avete idea di cosa sia, per farvi capire l’Inferno Run fa parte di una serie di gare chiamate OCR: Obstacle Course Race.

    Corse a ostacoli stile “militare” per intenderci.

    Il mio compagno le fa da un bel po’ e l’ho accompagnato a ogni gara, mi veniva da partecipare, ma sapevo bene di non avere la forza, la tecnica, l’equilibrio e l’endurace necessarie per sostenerla senza imprecare da quando partivo a quando finivo (se mai l’avessi finita…).

    E cosa fai? Dici di no?

    La risposta giusta sarebbe:

    SIIIII C***O!!!!!

    Se non sei preparata è ovvio dire di no! Però a me nessuno l’ha mai spiegato evidentemente, così gli ho risposto che sì, avrei partecipato alla dual con lui. Nella mia mente io tipo mi sento Superman, poi a lato pratico è un’altra faccenda… Ma del resto mancavano 2 mesi e mezzo, avevo tutto il tempo di prepararmi, no?

    Peccato che si sia ridotto tutto drasticamente dopo un intervento otorinolaringoiatrico che ho dovuto fare e che mi ha costretta a stoppare tutti gli allenamenti ancor prima di iniziarli. Ma questa è un’altra storia, tornando a noi…

    Quando capisci che è il momento di andare oltre

    Non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso che avrei fatto una cosa del genere. È stata più una sensazione. Come se, a un certo punto, restare sempre nello stesso spazio sicuro avesse iniziato a starmi stretto.

    Uscire dalla comfort zone non è qualcosa che fai perché ti senti pronta. È qualcosa che fai proprio perché non lo sei. Ed è esattamente lì che mi trovo ora.

    So di non avere la preparazione perfetta, so che probabilmente farò fatica e so anche che ci sono concrete possibilità che non vada come vorrei (forse no, le aspettative sono davvero basse…) eppure, ho deciso di provarci lo stesso.

    E non è la prima volta…

    Anni fa ho provato a correre una mezza maratona senza nessuna preparazione adeguata. Era oltre un anno che non correvo e il mio standard erano corse da 5 km. Mi iscrivo con un amico anche lui fuori forma che, durante gli allenamenti si infortuna e così il piano di correre insieme e farci forza a vicenda va in fumo.

    Smetto gli allenamenti per un’infiammazione al ginocchio anche io, ma la voglia di provarci resta, nonostante al solo pensiero mi venissero dei micro attacchi di panico (e no, non sto esagerando).

    Ma volevo farlo a tutti i costi con solo due premesse: arrivare fino alla fine correndo sempre, anche se piano, possibilmente non oltre le due ore e mezza (sì, lo so che è un tempo ridicolmente lungo ma oh, senti, per me era quasi incredibile anche solo farla!) e non essere l’ultima.

    Non sono mai arrivata a correre i 21 km necessari per concludere la mezza maratona in allenamento, il mio massimo fu 15 km.

    Il giorno della gara comunque mi presentai, arrivata correndo già alla partenza perché in ritardo per via di una crisi di panico nuovamente.

    Mentre scrivo, a distanza di 3 anni, domenica 26 marzo 2023 è l’unico giorno della mia vita dove ho corso per 21 km consecutivi stando nei tempi che mi ero prefissata e senza essere l’ultima arrivata.

    La paura è parte del processo per uscire dalla comfort zone

    Se devo essere completamente sincera, ho paura. Non di farmi male o di qualcosa di grave, ma di non riuscire. Di arrivare a metà e sentirmi bloccata. Di non finire la gara. So che sembra strano ma sono una persona molto competitiva con me stessa. Non mi interessa il podio, so che non fa per me allo stato attuale e va bene così, non lo faccio per quello se no sarei davvero fregata! Ho comunque delle ambizioni.

    Ma c’è quella piccola voce che sussurra cose poco gentili, che mi ricorda che forse non sono abbastanza allenata, abbastanza forte, abbastanza pronta. E forse ha ragione, ma del resto non lo ero manco alla mezza maratona!

    Ho capito una cosa importante: quella voce non sparisce. Non aspetta che tu sia perfetta. Rimane lì, anche quando sei più preparata. L’unica differenza è che, a un certo punto, smetti di ascoltarla come verità assoluta, te ne freghi e vedi semplicemente come va.

    Due obiettivi semplici, ma enormi per me

    Non ho grandi ambizioni in totale onestà. Non mi interessa troppo il tempo, non mi interessa la performance. I miei obiettivi sono incredibilmente semplici.

    Voglio finirla. Anche lentamente, anche facendo errori, anche affrontando le penalità. Voglio arrivare alla fine facendo quanti più ostacoli possibile in autonomia.

    E sì, c’è anche un altro piccolo desiderio, più umano: mi piacerebbe evitare di essere l’ultima. Non è una questione di ego, ma di quella sottile linea tra sfida personale e confronto con gli altri che, volenti o nolenti, esiste.

    Ma se anche dovesse succedere, so che non sarà quello a definire davvero questa esperienza.

    Uscire dalla comfort zone significa accettare il risultato

    La cosa più difficile, forse, non è partecipare alla gara. È accettare in anticipo che potrebbe non andare come voglio (cosa assai probabile).

    Siamo abituati a fare le cose quando ci sentiamo pronti, quando abbiamo il controllo. Qui invece è diverso. Mi sto esponendo a qualcosa che non posso controllare completamente.

    E per una persona come me, che ama sentirsi preparata, è una sfida nella sfida.

    Il vero motivo per cui lo sto facendo

    Se mi fermo un attimo a pensarci, capisco che questa gara non riguarda davvero la corsa o gli ostacoli. Riguarda il dimostrare a me stessa che posso fare qualcosa anche senza sentirmi all’altezza.

    Riguarda il rompere quel meccanismo che ti porta a restare sempre nel conosciuto, nel sicuro, nel “so già che ce la faccio”.

    Perché la verità è che la crescita non succede lì. Succede quando ti esponi, quando rischi di fallire, quando accetti di non avere tutte le risposte.

    Un messaggio per chi si sente come me

    Se c’è una cosa che questa esperienza mi sta insegnando, ancora prima di iniziare, è che non serve sentirsi pronti per fare qualcosa di importante.

    Se aspetti il momento perfetto, probabilmente non arriverà mai. Ci sarà sempre qualcosa da migliorare, qualcosa che manca, qualcosa che non ti convince.

    Ma a un certo punto devi scegliere. Restare dove sei, oppure provare.

    Una conclusione onesta

    Non so come andrà questa gara. Non so se riuscirò a finirla (si dai, questo spero di si!), né come mi sentirò durante il percorso.

    So solo che ci sarò.

    E forse, alla fine, uscire dalla comfort zone è proprio questo: presentarsi comunque. Anche con la paura, anche con i dubbi, anche con la consapevolezza di non essere perfetti.

    Perché è lì, in quello spazio scomodo, che succede qualcosa di diverso.

    E, in qualche modo, qualcosa cambia, ci fa evolvere a una versione di noi più forte e resiliente.

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